22 Nov 2020

Marzia Nicolini

Non passa giorno senza che ciascuno di noi, chi più chi meno, si interessi all'andamento del Covid-19, cercando notizie e aggiornamenti riguardanti l'aggressivo virus che da mesi sta impattando negativamente sulle nostre esistenze. Eppure, a voler essere razionali e al contempo lungimiranti, faremmo bene a domandarci quale potrebbe essere il nuovo tipo di virus post Covid-19.
A ricordarlo è un recente articolo di indagine apparso dal "Financial Times".

Vi riassumiamo alcune delle considerazioni chiave emerse dal pezzo.


Pandemie: tempo di assumerci la responsabilità delle nostre azioni.

La deforestazione in Amazzonia (sopra) è salita alle stelle sotto il presidente di destra del Brasile Jair Bolsonaro.Foto: Joao Laet / AFP / Getty Images

Parliamoci chiaro: il nostro atteggiamento troppo a lungo noncurante del benessere ambientale ha molto a che vedere con gli episodi epidemici più recenti. Secondo il magazine britannico, l'opera di selvaggia deforestazione e il cambiamento climatico in corso stanno aumentando la diffusione di nuove patologie. E tra queste potrebbe esserci il virus successivo al Covid-19. Gran parte dei virus viene trasmessa dagli animali all'essere umano, proprio come pare sia avvenuto con il Coronavirus, passato dai pipistrelli all'uomo. Il fatto che le grandi foreste del pianete siano sempre più violate, ridotte, compromesse, con un habitat alterato e nuovi meccanismi naturali di sopravvivenza, crea le premesse per una maggiore diffusione dei batteri. Quanto al processo di cambiamento climatico, aggiunge un ulteriore tassello al quadro: fondamentalmente gli insetti (e gli animali in generale) mutano le proprie abitudini e questo innesca un forte rischio di contaminazione tra le specie, i cui esiti sono rischiosi e, soprattutto, imprevedibili. Non dimentichiamoci che i virus cercano quasi sempre rifugio in una pianta o in un animale, che possa ospitarli senza ammalarsi, ma diventano molto più problematici e rischiosi quando si incrociano con una nuova specie vivente. 



Il punto di vista dell'esperto


I giornalisti hanno parlato con uno dei massimi esperti di virus su scala mondiale, il microbiologo belga Peter Piot, noto per le sue fondamentali ricerche su Ebola e AIDS. Piot ha confermato come una serie di processi innescati e ripetuti per lungo tempo dall'uomo abbiano complicato lo scenario pandemico. "A fare la differenza è la somma di questi processi: il boom demografico, la spinta folle all'urbanizzazione, le pratiche agricole e di allevamento su larga scala, l'opera di deforestazione, la mobilità esagerata e il surriscaldamento del pianeta hanno peggiorato sensibilmente la diffusione dei virus, cambiando i modelli di contagio e l'intensità delle malattie virali".
Qualche esempio? Gli insetti portatori di malattie zoonotiche, vedi alla voce zecche e zanzare, stanno espandendo il proprio raggio d'azione, raggiungendo nuove aree nel mondo. La malattia di Lyme, diffusa dalle zecche, si sta diffondendo in Nord America e in tutta Europa, creando un nuovo e urgente caso da studiare e tenere monitorato.

Qui e ora: serve una presa di coscienza


C'è un punto su cui gli scienziati concordano: sappiamo ancora molto poco dei virus presenti sul pianeta, delle loro possibili evoluzioni. Quel che è certo è che più ci ostiniamo a sfruttare gli habitat naturali, alterandone drammaticamente i ritmi e gli equilibri, più la diffusione dei virus sarà fuori controllo. E mentre la comunità medico-scientifica è all'opera per la ricerca dei vaccini più efficaci e sicuri, quel che è in nostro potere fare – nessuno escluso – è smetterla di tormentare il pianeta.

L'urgenza è qui e ora: accettare che la distruzione ambientale di cui siamo responsabili è alla radice di molte nuove malattie è il primo step per mettere in atto una strategia ad ampio raggio, che coinvolga non solo gli epidemiologi e i biologi, ma ogni grado della società, a livello mondiale.

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